Riflessioni su diversità e inclusione a Milano dove c’è tutto e il contrario di tutto

Secondo Marco Moretti, fondatore di Fandango Club, Milano non è solo una città, ma piuttosto è un brand che, evidentemente, piace a parecchi.

Indubbiamente, come sostiene William Griffini, fondatore e partner di Carter & Benson, fare business a Milano non è facile, ma certamente non si può fare a meno di esserci.

Sarà anche per questa ragione che Milano può vantare un primato che le rende onore: ha il più alto numero di donne che fanno impresa, precedendo Torino e Roma. E l’imprenditoria italiana in versione femminile è forte, indipendente e davvero capace!

Lo sanno bene al Winning Women Institute che si occupa di rilasciare la prima certificazione di genere per le aziende che intraprendono un percorso verso la parità.

Come sottolinea Paola Corna Pellegrini, amministratore delegato di Allianz Worldwide Partners e presidente del comitato scientifico di Winning Women Insitute:

L’equità remunerativa ancora non c’è. Eppure le donne hanno voti più alti, sono più ambiziose e focalizzate. Dopo la prima e ancor più con la seconda maternità resta un senso di frustrazione che porta ad abbandonare la carriera.

Più brave a scuola, volitive e visionarie, le donne rimangono il potenziale veramente inespresso di Milano e del nostro paese. L’Italia è, infatti, concentrata su tematiche differenti del welfare – pensioni e spese sanitarie – lasciando sole le donne che, divenute madri, non riescono più a conciliare lavoro e famiglia.

Accade, dunque che la Lombardia, con Milano in testa, seppur ben dotata di un’ampia rete di servizi a supporto della famiglia, registri il più alto numero di donne occupate (circa il 65% delle residenti a Milano tra i 20 e i 64 anni ha un impiego), ma anche il più alto numero di dimissioni femminili legate a motivi familiari.

Il perché siano sempre le donne a dimettersi, è evidenziato dalle parole di cui sopra: a parità di competenze e di posizione, la disparità di remunerazione tra uomini e donne è un fatto. Dunque? Rimane a casa chi guadagna di meno, ma soprattutto chi, in verità, ha minori opportunità di crescita.

Questo mette il Belpaese in coda all’Europa che vanta un tasso medio di occupazione femminile del 71,3%, fino all’87,4% della Svezia.

Posizione detestabile, non credete? Perché se è vero come sostengono Antonella e Valentina che Milano è l’unica città che possa definirsi davvero europea, mi aspetterai un risultato più elettrizzante!

La nostra vita comincia a finire il giorno in cui diventiamo silenziosi sulle cose che contano.

Martin Luther King Jr.

Ma fosse tutto qui, Milano – con la sua offerta in termini di intrattenimento – sarebbe ancora perfetta.

Il punto è che, come sottolinea Luca Lo Presti di Fondazione Pangea onlus, Milano ha anche un altro primato: tra le pareti domestiche, è la città più violenta d’Italia quando si tratta di genere. A ciò, per fortuna, fa da contraltare la distribuzione capillare nella città metropolitana di uffici dedicati alla raccolta delle denunce delle donne vittime di violenza e dei loro figli.

Di fronte a questa realtà, mi viene da pensare che se volessimo considerare Milano come un brand, allora la città dovrebbe comportarsi come un’azienda che lavora proattivamente per l’inclusione e la valorizzazione della diversità; una città scelta e consigliata dai cittadini che diventano veri e propri “consumatori” delle proposte e dello stile di vita che un paese o una metropoli rappresentano ed offrono.

Ad esempio, il prossimo 8 febbraio 2018, Milano ospiterà il primo Diversity Brand Summit dove verrà inquadrato il ruolo della diversità nel business e verranno premiate le aziende più attente all’inclusione. Inoltre, verrà proposto il primo Diversity Brand Index, l’indicatore che misura la capacità dei brand di essere percepiti come inclusivi e di lavorare fattivamente per sviluppare una cultura orientata alla D&I (Diversity&Inclusion).

Sebbene l’interesse degli italiani rispetto alla diversità sia diffuso, è anche vero che si confrontano molto poco con le problematiche ad essa correlate. Siamo poco proattivi e questo, in fondo, dà come risultato una situazione ancora sfavorevole, per non dire quasi immutata, per taluni di noi.

Detto questo, la preferenza degli italiani va nettamente a favore delle società che si occupano di inclusione perché percepite come più etiche. Questi sono i brand a cui siamo fedeli, che acquistiamo e consigliamo.

Sentite cosa dice Francesca Vecchioni, Presidente di Diversity:

Oggi più che mai, il valore che ognuno di noi associa ad un marchio, un brand, un’azienda fa la differenza. La fa perché come consumatori scegliamo chi più ci rappresenta. Scegliamo chi ci assomiglia , chi riesce a parlarci davvero. Scegliamo di chi fidarci. Ascoltiamo i brand che parlano di noi e con noi, usando la nostra lingua. La nostra scelta è un potere, coglierla come responsabilità è un’opportunità.

Continua Sandro CastaldoProfessore di Marketing all’Università Bocconi di Milano:

L’impegno dei brand sull a D&I non passa inosservato. I consumatori lo percepiscono e orientano le proprie scelte di conseguenza. La D&I genera fiducia nei confronti dei marchi ed alimenta positivamente la brand equity. Un brand inclusivo costituisce un asset per le aziende, potendo contare su una base di ambassador più ampia che alimentano un passaparola positivo determinante per la crescita.

E, in ultimo, il sindaco di Milano Giuseppe Sala:

La diversità è un valore in tutti gli ambiti della vita di ciascuno di noi, un valore a cui non è possibile rinunciare e che, anzi, mi aspetterei che ormai venisse dato per scontato. Purtroppo così ancora non è ed è per questo che iniziative come quelle promosse da Diversity sono indispensabili e benvenute.

Quindi, secondo voi, se Milano partecipasse ad un Diversity Brand Summit costruito ad hoc per città e nazioni, che Diversity Brand Index potrebbe aspettarsi?

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