Paola Corna Pellegrini e il Winning Women Institute

Expo ha dato un impulso forte rilanciando Milano e mettendo in evidenza le sue eccellenze. La città metropolitana, però, deve continuare ad investire dal punto di vista non solo ambientale, ma soprattutto sociale, se non vuole rischiare il proprio futuro.

Diversità, inclusione e innovazione devono essere il nostro pane quotidiano ed entrare in ogni politica o azione volta al miglioramento della città. Milano deve dare valore al talento di ognuno, a prescindere dal genere e qualunque sia la sua abilità o competenza.

Ma più di tutto, io credo che una delle sfide più importanti che Milano deve raccogliere sia nei confronti dei suoi giovani, offrendo loro strutture e opportunità di aggregazione, legate ad esempio all’arte o allo sport, cercando quanto di seguirli al meglio indirizzandoli, quando è possibile, tenendo conto delle loro attitudini.

Da Brescia a Milano, passando per Padova: la lunga strada del successo

Mi chiamo Paola Corna Pellegrini e sono nata a Brescia, da papà bresciano e mamma milanese doc. A 19 anni mi sono trasferita a Padova per studiare e, in questa bella città, ho conseguito una laurea in Matematica per poi, a Vicenza, conseguire un MBA presso la Business School CUOA.

Il Veneto mi ha accolta ed in questa regione ho cominciato a lavorare in Henkel Cosmetics: una bellissima azienda a Porto Marghera, mia prima destinazione.

Nel 1985 è arrivata la prima decisione importante dal punto di vista professionale: lasciare il Veneto per trasferirmi in Lombardia per seguire Henkel e costruire il mio sogno di occuparmi di marketing. Milano, almeno all’epoca, presentava migliori prospettive in questo campo rispetto al più arretrato Veneto.

La scelta è stata dura sia perché mi piaceva la vita che avevo costruito, sia perché costringevo al trasferimento anche mio marito, neolaureato in Medicina.

Oggi, posso dire che è stata la scelta giusta, come – in fondo – lo sono state altre che mi hanno portato a rinunciare a trasferimenti all’estero in nome della mia famiglia e a diventare quello che sono oggi: Amministratore Delegato e Direttore Generale di Allianz Worldwide Partners.

Anche le rose più belle hanno le spine

E’ chiaro, però, che non è stato sempre tutto rose e fiori, come non lo è per molte donne. In ogni caso ho avuto la fortuna di trasferirmi a Milano insieme al mio capo – Angela Paciello – che, credendo in me e nelle mie capacità, ha caldeggiato la mia promozione a dirigente a soli 28 anni. Con grinta e determinazione, ho ricoperto il mio ruolo di Marketing Manager Personal Care, occupandomi della crescita della parte più importante dei prodotti di Henkel Cosmetic, rivitalizzando il marchio Vidal.

Dopo 8 anni in Henkel e la nascita di mia figlia Francesca, ho deciso di cambiare e di portare tutto ciò che avevo imparato in altri settori. Nel 1990, dunque, sono passata dai prodotti ai servizi, entrando in Europe Assistance, prima come Marketing Director e poi come Sales&Marketing Director.

L’esperienza nelle vendite, mi ha permesso di unire le capacità negoziali a quelle di marketing e di sposare i principi di cross fertilization e job swap per fare esperienza in altre funzioni.

Un esempio di questo si vive proprio qui, in Allianz Worldwide Partner con l’Executive Exellence Program, un programma di formazione alla fine del quale si identifica un collega nel mondo per fare uno scambio di posto per una settimana. E’ un’esperienza davvero istruttiva che facilita la nascita di un forte spirito di collaborazione tra le varie funzioni e le diverse countries: non per niente, il nostro mantra è proprio collaborative leadership.

Tornando a noi, Milano, alla fine, è diventata la mia casa e lo è ancora oggi con mia grande felicità. Apprezzo molto, infatti questa metropoli per tutto quello che offre: teatro, cinema, lavoro, università e formazione… Non manca nulla, tranne forse…un po’ di aria pulita ed una soluzione positiva al traffico caotico!

Come dicevo sopra, il mio percorso ha conosciuto parecchi cambiamenti e nel 1996, dopo il mio secondo figlio Matteo, ho approcciato un nuovo mercato, quello farmaceutico, entrando in Novartis. Anche qui, ho avuto la fortuna di incontrare un capo eccezionale, questa volta un uomo – Roberto Bertani – da cui ho imparato molto, formandomi con uno stile di leadership che vedeva nella delega un elemento chiave di crescita in un clima di fiducia e di presenza.

E’ stato un periodo denso i cui insegnamenti ho portato con me: mi piace pensarmi come un “capo” che delega, ma è presente e soprattutto che ispira i propri collaboratori. Sono per la libertà e sono sempre disposta ad un ascolto umile dell’altro. Voglio essere coinvolta ed informata. Mi piace riflettere sui diversi progetti che portiamo avanti insieme, perché i risultati che otteniamo sono materiale interessante ed arricchente per tutti. Unico segno particolare? Come donna e come manager, mi rifiuto di soccombere e difficilmente accetto che qualcosa non si possa fare. Senza almeno averci provato.

Da General Manger OTC in Novartis Consumer Health, agli inizi del 2006 sono entrata in Zambon Pharma come Worldwide General Manager, membro del CdA, nonché Amministratore Delegato di Zambon Italia. Nel 2011, dopo un periodo nella consulenza, ho accettato la posizione offertami da Allianz.

Diversity&Inclusion: due temi importanti

La strada che sto percorrendo mi porta ad interessarmi a temi diversi che, in qualche modo, hanno tutti a che fare con la valorizzazione dei talenti e, in questo, Milano è la sede ideale per portare avanti progetti “socialmente utili” legati alla diversità, all’inclusione, all’innovazione.

Penso alle iniziative a supporto dei Millenials, anche figli di nostri dipendenti, volte ad avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro. Il progetto InnovationLab, nato in collaborazione con l’Università La Sapienza, ha l’obiettivo di coinvolgere i Millenials nelle nostre logiche di costruzione dell’offerta affinché, supportata dalle nuove tecnologie e innovazione digitale, risponda realmente a ciò che il mercato richiede.

Penso anche a MyLight dove siamo riusciti a valorizzare le differenti abilità: insieme all’istituto dei Ciechi di Milano abbiamo realizzato un programma, degli interventi all’interno degli spazi dei nostri uffici, lo sviluppo di piattaforme digitali che hanno messo i nostri 10 colleghi nelle condizioni ideali per svolgere bene il proprio lavoro e di farlo esattamente come tutti gli altri.

E che dire delle pari opportunità?

Nell’ambito del Forum della Meritocrazia, che ha come missione quella di sviluppare una cultura meritocratica nel paese, abbiamo appena lanciato la 2° edizione del Premio Valeria Solesin dal titolo “Il talento femminile come fattore determinante per lo sviluppo dell’economia, dell’etica e della meritocrazia nel nostro Paese”. Questo concorso, aperto agli studenti di tutte le Università italiane, vuole ricordare il lavoro della ricercatrice scomparsa nell’attentato al Bataclan di Parigi, scegliendo le migliori tesi universitarie che sottolineano i fattori che impediscono una più consistente presenza femminile nel mercato del lavoro italiano e le best practice introdotte da pubblico e privato. Sono 14 i sostenitori di questa edizione, tra aziende e associazioni, ben 4 in più rispetto alla precedente , con un montepremi suddiviso in denaro e stage, per un valore complessivo di oltre 42.000 euro.

E ancora STEM+A in the CITY che propone il superamento degli stereotipi in merito alle attitudine scolastiche o lavorative, secondo i quali, per esempio, le donne sono meno adatte degli uomini alle professioni scientifiche.

Sempre in ambito femminile, non posso non citare il Winning Women Institute,del cui Comitato Scientifico sono Presidente, lanciato ufficialmente lo scorso 8 Marzo ed avente l’obiettivo di mettere a punto il modello della prima certificazione di gender equality italiana. La certificazione rilasciata dal Winning Women Institute alle aziende che ne fanno richiesta ha lo scopo di aprire nuove possibilità quando si parla di pari opportunità. E’ un messaggio ai consumatori, ai dipendenti ed al mercato finanziario sull’essere virtuosi rispetto ai temi di genere che, quindi, permeano tutte le politiche aziendali.

E’ chiaro, in ogni caso, che favorire una maggiore presenza della componente femminile nel pubblico e nel privato non significa che la bilancia debba pendere dalla parte delle donne a tutti i costi. Anzi, il riconoscimento va comunque e sempre a chi lo merita.

Diversità e inclusione riguardano tutti, donne e uomini. Le donne, però, sono una grande risorsa a cui spesso rinunciamo, soprattutto quando si fanno una famiglia e scelgono di avere dei figli.

Io ho vissuto intensamente il periodo delle mie maternità: 5 mesi in cui mi sono dedicata totalmente ai miei figli. Certo, sono rientrata presto perché volevo comunque garantire la mia presenza e contributo.

Da questo punto di vista, ritengo che esistano delle possibilità per favorire le donne in maternità, e questo, secondo me, si può fare in almeno due modi:

  1. fornendo la tecnologia che permetta loro di rimanere in contatto con l’azienda e, se lo vogliono, di lavorare in sintonia con i ritmi che i neonati impongono. Sarebbe un modo di mantenersi in allenamento e rendere più fluido il rientro in azienda. A questo, poi, dobbiamo aggiungere le buone pratiche che accompagnano le mamme quando tornano dopo la maternità, accogliendole, reintroducendole ai colleghi, all’ambiente e risolvendo quel senso di inadeguatezza che si prova lasciando a casa il proprio bambino.
  2. Impostando una politica della famiglia che preveda maggiori aiuti dentro – attraverso una migliore divisione dei compiti tra genitori – e fuori casa, attraverso un numero elevato di strutture che accolga i bambini.

Ho passato gli ultimi 35 anni a far crescere organizzazioni, con obiettivi legati ai tagli di costi da un lato e crescita dall’altro, cercando di fare sempre molta attenzione allo sviluppo e valorizzazione delle persone. In qualche modo, ho sempre tentato di anticipare il mercato, applicando un sistema meritocratico che valorizzi i talenti, aiuti le donne ad affermarsi e, contemporaneamente, metta a proprio agio, attraverso l’inclusione, le abilità diverse.

Da parte sua, però, lo Stato ha una responsabilità forte nel favorire la crescita occupazionale, in primis quella femminile: non dimentichiamoci che la bassa natalità ha già degli impatti devastanti sull’intero sistema. Lo ribadisco: ci vogliono politiche veramente efficaci rivolte alla famiglia ed un investimento in infrastrutture e sul sistema scolastico che favorisca una sensibile inversione di rotta e renda l’Italia appetibile per giovani e meno giovani.

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