Alle giovani donne consiglio la grazia dei gesti e delle parole per rivoluzionare il mondo

credit: IC Photographie by Claudia Comoni

Ho avuto l’ingenuità di pensare che il mio affetto potesse bastare per tutti. Ho scoperto dopo, a mie spese, che chi non è stato amato nell’infanzia non sa volere bene, ma soprattutto, non sa e non vuole essere amato.

Poteva andare diversamente? Per altri sì, ma non per me. Il mio destino era scritto nelle parole di mia mamma che mi chiamava piccolo Buddha e nella mia scheda di valutazione di quinta elementare in cui la maestra, nero su bianco, delineò il mio sogno: essere missionaria nel mondo e per il mondo.

Ironia della sorte, sono finita nell’ambiente più vacuo che esista – la moda – per terminare con uno scivolone colossale, sposando un uomo che mi ha graffiato l’anima ed il cui corpo sento ancora appiccicato al mio.

Milano e la moda, dove tutto è cominciato

Mi chiamo Alessandra e sono nata a Milano nel 1966. Io amo questa città alla follia, tant’è che, pur avendo viaggiato parecchio, sono sempre tornata a “casa”.

Perché proprio Milano? Devo ringraziare mia madre, una lungimirante donna nata negli anni ’30 del secolo scorso, che ha voluto fortemente che io crescessi in questa città, senza rinunciare ad una formazione che mi avrebbe garantito un’apertura internazionale. Infatti, insieme decidemmo che mi sarei iscritta al Liceo Linguistico JFK che offriva, già allora, corsi sperimentali di lingua e di informatica.

Il terzo anno di liceo lo passai a Parigi, città che mi incantò e sedusse fin dal primo istante. Per un attimo, pensai di tradire la mia Milano, ma come vi ho detto, la vita aveva in serbo per me ben altro e, dunque, con la ville lumière ancora nel cuore, sono tornata.

Per inciso vi dico che, tanto ho amato e amo la Francia, tanto ho detestato la mia successiva permanenza negli Stati Uniti. Ho frequentato la State University a San Diego, ma devo dire che la California, così come il resto del paese, non mi ha proprio conquistata.

Non so cosa avessi nella testa quando mi sono iscritta a Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Sta di fatto che abbandonai gli studi per partire per una tournée teatrale.

Indubbiamente, rileggendo i movimenti convulsi della gioventù, diventa difficile capire come il destino sia riuscito a spianarmi la strada verso quella che è diventata la mia vita professionale per i trent’anni successivi, ed anche oltre.

Erano gli anni ’80, un momento di grande fermento nel settore della moda per l’avvento del prêt-à-porter. Un amico mi segnalò un posto libero presso l’ufficio stampa di Gianfranco Ferré. Colsi l’occasione al volo.

Avevo solo 22 anni, ma stoffa e grinta da vendere. Queste due caratteristiche, insieme alla mia formazione internazionale ed alla voglia di imparare, mi hanno aiutata a superare momenti veramente difficili.

Non potete, infatti, immaginare quanto certi grandi stilisti che sublimano in un abito perfetto la propria potenza creativa, possano essere maleducati. Il Diavolo veste Prada, il film che ha visto protagoniste Meryl Streep e Anne Hathaway, rispettivamente nei panni di Miranda e Andrea, racconta scene reali di ordinaria follia quotidiana nel “magico mondo della moda”.

In ogni caso, per 3 anni, ho lavorato da Gianfranco Ferré, come assistente di Rita Airaghi a cui esprimo la mia più grande gratitudine per tutto ciò che mi ha insegnato.

Da lì, sono volata da Romeo Gigli, sotto la direzione di Carla Sozzani che ringrazio di cuore e a cui devo davvero tanto.

Oh, non essere ridicola, Andrea! Tutti vogliono questa vita. Tutti vogliono essere noi.

(Miranda in Il Diavolo veste Prada)

Poi sono arrivati dieci anni gloriosi con Futurnet e Stefano Martinetto, un grande capo ieri, oggi un grande amico.

Nel 2010 è stata la volta di Borbonese, un marchio storico del Made in Italy.

Anni difficili ma bellissimi. Ma un altro grande e doloroso tradimento.

Il mio mondo è la comunicazione

Un’esperienza davvero densa che, ancora oggi, mi spinge ad occuparmi di comunicazione. Mi piace profondere impegno nello studio per poter svolgere la mia professione sempre al meglio. Mi piace capire nel dettaglio il tessuto sociale in cui opero, le influenze che si possono raccogliere, le contaminazioni che possono aiutare a costruire una buona macchina di comunicazione.

Secondo me, però, oggi è possibile alzare il tiro. Oggi, varrebbe la pena di spendere un concetto evoluto di comunicazione affinché i messaggi divulgati abbiano contenuti etici.

La domanda è: cosa si vuole trarre da un piano di comunicazione a parte il denaro che, in realtà, è la naturale conseguenza dell’impegno che metti per realizzarlo?

Sto cercando la risposta a questa domanda e sono nella fase intellettuale di un progetto che vede la collaborazione di persone affidabili che si stimano e si rispettano.

Chi vuole fare grandi cose non dovrebbe tentare tutto da solo.

(Proverbio degli Irochesi)

Un esempio di collaborazione perfetta, nonché uno dei primi progetti che ho curato che si è ampiamente ripagato, è stato proprio espressione di un’etica del lavoro che si preoccupa di dare oltre che di ricevere.

Tutto è partito dal fatto che volevo mettere a profitto – di fatto per poterla pagare – la casa in cui oggi vivo e in cui sognavo di abitare fin da ragazza.

Nella ricerca di una soluzione, mi sono imbattuta in un negozio I sentieri del vento che proponeva oggetti dei nativi americani.

A seguito di un viaggio in una riserva, il proprietario era entrato in contatto con uno sciamano che lo aveva guarito da una malattia grave. Tanto fu la sua gratitudine che decise di aprire un locale dove vendere gli oggetti di artigianato per aiutare coloro che lo avevano sanato.

I manufatti erano stupendi e ricchi di una strana e potente energia che mi ha conquistata.

L’idea, quindi, fu quella di organizzare una mostra nella mia casa con l’intervento del professor Mieli – allora docente presso l’Università Statale di Milano – che teneva conferenze a tema.

Un vero e proprio evento che ha visto centinaia di persone al giorno presenti nella mia casa. Un successo strepitoso, dove è stato venduto tutto e, lo giuro, se avessimo avuto il triplo di quello che avevamo, non sarebbe bastato per soddisfare tutte le richieste!

Coperte le spese, tutto il ricavato andò agli indiani Navajo. Perché così doveva essere.

Quello che hai visto ricordalo perché quello che non hai visto ritorna a volare nel vento.

(Proverbio Navajo)

Ogni tanto nella vita si inciampa

Sicuramente, nel lavoro non è sempre stato tutto rose e fiori. E così, anche nella mia vita privata. Mi sono sposata giovane con un uomo, figlio di note personalità del mondo dello spettacolo, che ho molto amato e da cui mi sono separata una decina di anni fa con una sofferenza i cui segni ho ancora addosso.

La tutela della mia privacy e la difesa dei miei spazi, soprattutto dopo la nascita dei miei due figli, sono state uno sforzo immane. Non riesco a concepire l’intimità se non come condivisione di ciò che sei con chi ami e, soprattutto, con chi vuoi: non ero pronta, forse perché giovane e ingenua, a vivere sempre con un pubblico che studia ogni tua mossa.

Penso che, anche per queste cose, ci voglia un talento che io non mi riconosco. In qualche modo, ho scelto di diventare invisibile per proteggere me stessa e i miei figli.

Agli occhi dei più, potrebbe sembrare una punizione, ma non è così. Innanzitutto, io voglio essere libera, voglio scegliere con cura le persone che mi circondano e che ricevo prevalentemente nell’intimità della mia casa, lontano da occhi indiscreti e da un giudizio che, credetemi, può pesare come un macigno.

E poi, ad un certo punto tutto è crollato. In un solo colpo, ho perso mia madre, mio marito e il mio lavoro. Se non sono andata a fondo è per l’onestà intellettuale che porto in dote.

Risollevarsi da un lutto così grande è durissima e, per certi versi, sono ancora ingabbiata nel passato. Ma ho buone speranze perché non sono sola: ho i miei figli, il mio esserino magico a quattro zampe, nuovi e vecchi amici meravigliosi, i miei progetti e una vita piena davanti a me.

E poi, lo devo ammettere, la rivoluzione tecnologica rappresentata da internet mi fa sentire al centro del mondo! Io amo la rete per tutto quello che offre, per le opportunità immediate di apprendimento ed approfondimento degli interessi e delle passioni.

Il vero bug, io credo, è nell’utilizzo smodato e quasi barbaro del web. La rete è come una piazza in cui alcune persone hanno cose interessanti da dire, ma molte no. Quando si naviga, bisogna aver chiaro in testa cosa si sta cercando.

Milano, la nebbia e i miei posti dell’anima

Io amo Milano per la sua grandiosa varietà di offerte. Penso, per esempio, alla Fondazione Prada, a Palazzo Reale, alle mostre, i monumenti, i concerti dal vivo. Dove è meglio nascere se non a Milano?

Tra l’altro, io ho deciso e ho la fortuna di vivere in una zona centrale perché voglio avere tutto a portata di…piede. La mia casa è in una zona comoda e tranquilla, dove posso trovare tutto, dalla libreria – di cui sono assidua frequentatrice – ai locali e addirittura ancora gli artigiani del quartiere.

Non esco molto, ma se non invito a casa per cucinare qualche piatto da condividere con gli amici, frequento luoghi tranquilli dove sia possibile chiacchierare.

Mi viene in mente, per esempio, il Ristorante Gattò, in via Castelmorrone 10, con la sua aria da belle époque e i suoi piatti curati.

Oppure la mitica Cantina di Emanuela, per non parlare de Il Giardinetto, in via Tortona 19, gestito da due famiglie della Val Nure che offrono una delicata cucina piacentina.

Per il resto, mi piace spaziare ed assaggiare, soprattutto la cucina orientale e asiatica della quale vado pazza.

E quando la nebbia e il freddo non danno tregua, non mi rimane che rifugiarmi a Camogli. Il mare mi piace in ogni stagione.

La mia Milano ideale

Ma più di tutto, mi piace stare nella mia città. Se dovessi avere la possibilità di migliorarla, credo che creerei dei luoghi di aggregazione per i giovani, dove la musica è il motore che attrae ed unisce. Ci vogliono dei posti in cui i ragazzi possano stare insieme, sicuri e protetti, e dare sfogo alla loro creatività, perché hanno tantissimo da dire.

Io penso, che, in qualche modo, la nostra generazione abbia dato troppo ai propri figli. E abbiamo sbagliato, perché, come diceva mia madre, ai figli bisogna dare quanto basta, ma non abbastanza perché non si muovano.

Abbiamo il dovere, come adulti, di aiutare i giovani a scoprire e coltivare il proprio talento. Dobbiamo insegnare loro che, dietro al fare, c’è il desiderare che non può ridursi al mero possesso di cose da esibire.

Per le ragazze, invece, e le giovani donne di oggi ho un messaggio particolare: coltivate la grazia. Del gesto. Della parola.

Papa Francesco ha spiegato bene questo concetto quando ha parlato delle tre cose di cui si nutre una relazione: passione, perdono, permesso.

Ragazze, il mondo di oggi ha involgarito i rapporti tra le persone. Oggi, chiunque può entrare nella vostra vita e uscirne a proprio piacimento.

Ma non è così che deve essere, non per voi: se qualcuno è nel vostro cuore, non sbattetelo fuori. Chiedetegli il permesso e pretendete che vi venga chiesto.

Avete la grinta e l’intelligenza necessarie a rivoluzionare il mondo. Con grazia.

Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.

(Rita Levi Montalcini)

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