Se non sai come dirlo, dillo con una delle fiabe di Elisabetta

Avevo 14 anni e due fratelli, quando mia madre decise che da Milano non ci saremmo più spostati.

Come molti di coloro che hanno avuto un’infanzia come la mia, però, ho scelto di cambiare casa e città molte altre volte anche nella mia vita di adulta e qualunque posto scegliessi, in Italia o all’estero, non riuscivo a fermarmi.

Poi, un giorno ho deciso che Milano era il posto a cui appartenevo ed in cui volevo vivere.

Chi viaggia ha scelto come mestiere quello del vento.

(Fabrizio Caramagna)

Milano è un posto dove fermarsi

Mi chiamo Elisabetta Mauti e ho 51 anni.

Sono nata a Roma, ma ho vissuto in molti posti fin dall’infanzia perché mio padre lavorava per una grande multinazionale e si trasferiva ogni due o tre anni.

Dopo Roma, infatti, siamo stati a Cagliari, a Catania, a Padova a Milano, a Seregno e poi di nuovo a Milano.

A Milano, dove poi mi sono fermata dopo un lungo girovagare, faccio un sacco di cose, ma c’è n’è una che mi sta più a cuore di tutte: scrivere favole. Pur traendo grande soddisfazione dalla pubblicazione delle mie raccolte, scrivere, però, non mi basta, perché mi piace raccontare le storie – nelle scuole, a teatro o in libreria – dando spazio al mio sogno nel cassetto: fare l’attrice!

Ma, ahimè, dopo la laurea mi sembrava ci fossero due sole alternative: l’insegnamento o l’azienda. Ed io ho preferito la seconda.

In effetti, però, se guardo la strada percorsa fino a qui, c’è un fil rouge che inanella tutte le scelte che ho fatto. Svolgo, infatti, un lavoro che mi aiuta: sono psicologa specializzata sui temi della comunicazione. Questo “cappello” mi consente di sperimentare molto perché, ad esempio, con le favole posso facilitare il dialogo tra grandi e piccini.

Come si fa a dare un messaggio ad un bambino perché lo capisca, lo faccia suo e non dica semplicemente, “sì, si chiarissimo!” giusto per tranquillizzarci? E forse ancora più importante: come si fa ad aiutare un bambino affinché si racconti? Cosa prova, cosa gli è successo magari a scuola o all’asilo, o quando non è con noi?
Come si ascolta un bambino per capire cosa ci sta dicendo davvero “tra le righe”? E ancora, come far venire fuori quel bambino che è nascosto dentro di noi?

La parte di me che è ancora bambina

Io parlo facilmente con i bambini, li capisco e riesco a stabilire un contatto con loro che si trasforma in un dialogo franco e aperto. Credo che questo dipenda dal fatto che una bella parte di me non è mai cresciuta, ed anche dall’amore che, fin da piccola, avevo per le favole: ne leggevo tantissime!

A tale proposito, ho tre ricordi vividi della mia infanzia.

Nel primo sono in terza elementare e, pur di non fare i compiti, apro un libro di Emilio Salgàri e mi ci tuffo dentro presa dall’avventura.

Nel secondo, sono in vacanza sul lago di Como dove Alfonso, il matto del paese, la sera raccoglie tutti i bambini e racconta la storia del Giuanin de Ferr (Giovannino di Ferro). Si capiva poco e la trama era confusa, ma eravamo tutti zitti, a trattenere il fiato, appesi ai racconti di terribili diavoli, streghe e del Giuanin che se la cavava sempre!

Nel terzo, all’età di 11 anni, ricevo il mio primo rifiuto da parte di una casa editrice a cui inviai una storia – evidentemente orribile – su un tizio i cui capelli avevano iniziato una rivolta contro di lui.

Ho dovuto aspettare un bel po’, fino alla svolta che ha trasformato la mia passione per la scrittura in realtà: quando mia figlia aveva due anni e mezzo, mi hanno proposto un lavoro che prevedeva un viaggio negli Stati Uniti di tre settimane. Ero combattuta perché professionalmente mi attirava molto, ma non sapevo come aiutare me e mia figlia a superare il timore e l’eventuale dolore della separazione.

Ho cominciato a raccontarle questo mio viaggio con una storia: l’abbiamo scritta insieme e poi – quando ero in North Carolina – la chiamavo e gliela raccontavo. Forse aiutava più me che lei, ma è così che sono partita. Al mio rientro, ho proposto il manoscritto ad una casa editrice che me l’ha pubblicato con il titolo Una fiaba per ogni perché. Spiegare ai bambini perché succedono le cose.

Troppa gente si occupa dei sensi unici e dei sensi vietati, senza mai mettersi in cammino.

(Fabrizio Caramagna)

Contrariamente ad ogni aspettativa, non ho avuto grandi difficoltà a pubblicare, anche se, purtroppo, non è il lavoro con cui mi mantengo!

La soddisfazione è comunque grande perché ho trovato il modo, rispondendo ad una mia esigenza, di aiutare anche altri genitori a comunicare meglio con i propri figli.

Cercate la storia o l’attività che fa per voi visitando il mio blog Dillocon1fiaba o contattandomi su Facebook!

Milan l’è un grand Milan

Quando ho deciso di farmi adottare da Milano, l’ho fatto nella consapevolezza che questa città offre moltissime opportunità di lavoro: ho cambiato diverse aziende, sempre in mercati diversi. Ho contatti con tante librerie e biblioteche che mi hanno offerto i loro spazi per le mie attività. A Milano trovi ogni tipo di corso ed ogni genere di associazione che soddisfi la mia curiosità.

Lo confesso, però, esco poco e locali non ne conosco. D’altronde, con un lavoro full-time e due figlie a casa che mi aspettano, il tempo libero è speso tra i libri o nel meraviglioso laboratorio di drammaturgia a cui sono iscritta.

Quando, invece, Milano si fa troppo fredda e grigia, la libreria Hoepli diventa un bellissimo rifugio, seguita dalla cineteca di piazza Oberdan dove a novembre 2017 ho fatto parte di una giuria per la scelta del vincitore tra 5 film (opere prime) proiettati uno ogni sera: una settimana intensa!

E poi? Beh, il Museo del Cinema e la Galleria d’Arte Moderna.

Progetti e sogni futuri?

Tra i miei progetti, ho lunga e intrigante storia che conservo nel cassetto. Mi piacerebbe trovare il tempo per completarla e sogno che venga pubblicata e diventi famosissima come Harry Potter! Sto esagerando? Chissà!

I miracoli sono sogni che diventano luce.

(Alan Drew)

Tra i miei sogni, c’è una Milano dove sia possibile parlare con le persone che si incontrano per strada. Io ci provo spesso, ma raccolgo molta perplessità: chi ti risponde, solitamente, non te lo scolli più perché si immagina che tu voglia qualcosa.

Io passo molto tempo in metropolitana, vado a nuotare in piscina, ma è raro che poi scambi qualche parola con il vicino di posto o con qualcuno con cui hai nuotato un’ora. Insomma, mi piacerebbe che ci si parlasse, così, per commentare una cosa, come quando vai all’università e attacchi discorso con qualcuno seduto vicino, senza secondi fini

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